Università a 30 anni is megl che a 19


scrivevo così su fb qualche ora fa.

Immaginarmi appena uscita dal liceo alle prese con le dinamiche che sto vivendo oggi mi fa venire i brividi.

Chissà perché, in fondo me la cavavo discretamente; a parte conflitti con compagni di classe/banco/scuola vari che generavano le ovvie insicurezze.

Adesso mi guardo intorno e vedo colleghi in preda alla ricerca di un gruppo e di un collegamento con l’esperienza liceale appena conclusa.

Sono così abituata a non sapere come morirò domani che quando vado in facoltà attraverso isolette di studenti, incrocio professori, frequento aule, macchinette del caffè, bagni, cortili e corridoi e mi sento sempre al parco giochi.

Al liceo non ero del tutto indipendente. Io amo circolare nei corridoi fregandomene di chi confronta il mio modo di vestire al suo. Guardo tutti con il piglio della nonna Abelarda e baso la mia simpatia su questo. Prima non avrei potuto far così, ma è vero anche che della simpatia che infondevo me ne infischiavo. Ero arrabbiata.

I più fanno gruppo per avere un lago piccolo dove essere pesci grandi. Da soli, gli stessi leader appaiono tristi senza il loro seguito. Non che io, a 19 anni, volessi zavorre che mi avrebbero bloccata nel mio giro di ricognizione per la scuola durante il quarto d’ora di ricreazione. Cercavo il metodo, ogni giorno, per uscire dall’aula prima che qualcuno mi potesse chiedere di comprare la merenda anche per l*i, trovandomel* così appiccicato per tutto il tempo dopo.

Ho notato abbigliamenti strani per me, e mi chiedo ancora se abbia mai iniziato a seguirle, le mode.

Sono felice quando conquisto il dannato primo banco perché così ho modo di intervenire durante la lezione.

Non mi iscrivo mai ai secondi turni per conoscere le domande della prova perché tanto, per poco che sia, il tempo per studiare me lo ritaglio orgogliosamente tra mutuo, turni al bar, cane, gatto e lavatrici.

Ho aspettato dieci anni per entrare e non credo ci sarebbe stato un momento migliore per farlo.

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