Leaving Neverland: Michael Jackson è colpevole?

Ho guardato Leaving Neverland dopo averne sentito parlare per circa un mese (guarda la parte 1guarda la parte 2).

È stato trasmesso al Sundance Film festival nel gennaio di quest’anno e ha destato un rinnovato scalpore circa le voci che sono sempre circolate sulla stella del pop morta nel 2009.
Michael era amato dal mondo, ma non è mai stato segreto il sospetto che abusasse sessualmente di minorenni, i bambini di cui si circondava e che invitava regolarmente nella sua tenuta americana Neverland, acquistata e ristrutturata perché diventasse sua abitazione e parco di divertimenti.

Nonostante le numerose accuse che gli sono state rivolte, e i relativi processi dai quali è sempre uscito innocente, il mondo si è sempre diviso nelle due fazioni che lo ritenevano colpevole o non colpevole.
Il documentario di Dan Reed sceglie di dare voce a persone che hanno vissuto molto vicine all’artista sin dalla tenera età.

Wade Robson e James Safechuck.
Wade vinse, a 5 anni, una gara di ballo indetta con lo scopo di far incontrare i bambini con il loro idolo; James venne coinvolto in uno spot della Coca Cola del quale era testimonial lo stesso Michael.

Sia Wade che James hanno giovato, lungo gli anni, della vicinanza con Michael: Wade è diventato un ballerino professionista, coreografo, direttore artistico per tanti personaggi dello spettacolo, James ha collaborato in diverse occasioni con Jackson e, in cambio, ha sempre avuto uno stile di vita agiato e supportato dal cantante.

Oggi, entrambi dichiarano di aver ricambiato la “filantropia” di Michael intrattenendo anche una relazione fisica con lui.
Era un vero scambio? Un accordo del quale erano consapevoli entrambe le parti?

Wade e James parlano di amore e giustificano così il fatto che, interrogati durante i processi avvenuti anni fa, non hanno mai testimoniato a sfavore del cantante: i due ragazzi non individuavano nel loro rapporto con Michael degli abusi, dal momento che identificavano nelle azioni di Michael un’origine amorosa e, nel loro partecipare, un sentimento uguale.
Quando, negli ultimi anni, entrambi sono diventati genitori e nelle loro vite si sono verificati episodi di esaurimenti nervosi e crolli emotivi, si sono interrogati sulla vera identità della relazione con il loro vecchio amico.

Ho trovato plausibile questa ricostruzione, ma non tutti credono a Wade e James; del resto, davanti a delle sole dichiarazioni, prive di prove concrete, si può semplicemente decidere di credere o non credere. Non ci sono altre vie.

I documentari mi piacciono perché trattano storie delle quali conosciamo una parte e approfondiscono certe tematiche con testimonianze e dichiarazioni dei diretti interessati.
I documentari sono dei testi argomentativi: portano argomentazioni, motivazioni, testimonianze, prove.

Mi piace indagare e osservare quel che c’è sul tavolo, trarre conclusioni e farmi un’idea.

Le persone che mi hanno detto di non credere alla colpevolezza di Michael si chiedono:

  • Perché questi due ragazzi raccontano tutto adesso, che Michael Jackson è morto?
  • Perché quando sono stati interrogati, in sede di processo, non hanno mai incolpato M.J.?
  • Sicuramente sono certi di poter racimolare del denaro con un risarcimento e sono d’accordo per questa accusa.

Ho studiato logica e ricordo molto bene la faccenda delle argomentazioni fallaci, ovvero affermazioni che vengono usate come valide argomentazioni a sostegno di una tesi ma, per come sono strutturate, sono errori di ragionamento, violano le regole della logica e, in definitiva, se utilizzate, non supportano alcuna verità.

Posto che non esistano fotografie o registrazioni che mostrino Michael intento ad abusare dei bambini ospiti a Neverland, la migliore e unica argomentazione per sostenere l’innocenza del cantante è: non ci sono prove concrete, non esiste una smokin’ gun.

Ma davanti a due persone, oggi adulte, che dichiarano di aver subito durante l’adolescenza, abusi sessuali come facciamo ad essere capaci di dire che, visto che non hanno parlato nel momento ‘giusto’, allora sono dei bugiardi?

L’ho sentito dire anche quando Asia Argento accusò Weinstein, e quando a ruota hanno continuato a ripetere la stessa dichiarazione altre donne dopo di lei.
“Avrebbero dovuto parlare prima”.
Da quando, il fatto che si ragioni e si metabolizzi ciò che è successo davvero prima di essere pronti a parlare, trasforma la realtà in bugia?
La verità ha una data di scadenza?

Vi hanno mai messo una mano sul culo e avete dichiarato con orgoglio e serenità cosa abbia fatto chi, subito, a chi di dovere? ai vostri cari? al mondo?
(Se rispondete sì, nessuno vi ha mai messo una mano sul culo 😉 )

Per altro, il fatto che qualcuno abbia potere sulla nostra vita è il motivo per cui si tace, il più delle volte.

Un produttore cinematografico ha il potere di renderti famosa e infilarti nei migliori progetti, lui ne è pienamente consapevole e tu pensi di non voler essere troppo retrograda e permalosa; così minimizzi sperando che tutto vada bene e la situazione non degeneri.

Un titolare al lavoro ha il potere di pagarti di più o rinnovarti il contratto in scadenza se concedi ore straordinarie, lui ne è consapevole, e tu credi che per meritare anche il solo stipendio base debba concedere quelle ore in più; ti convinci che i colleghi che negano straordinari dicendo di voler stare un po’ in famiglia non siano bravi lavoratori e speri anche che la tua disponibilità valga la loro eliminazione a tuo favore.

Un uomo violento e geloso, che vuole essere l’unico a lavorare in casa e gestisce ogni equilibrio della tua vita, ha il potere di mettere una pagnotta sul tavolo e il tetto sulla tua testa, ne è pienamente consapevole e tu credi di non poter discutere le sue abitudini manesche che sovrastano la tua volontà e libertà; minimizzi perché traduci i suoi abusi con un amore totalizzante, non hai un confronto con qualcuno che possa aprirti gli occhi e perché, in fondo, non hai un’alternativa valida pronta.

In tutti e tre i casi, come è possibile liberarsi di qualcuno che ha trovato il modo per essere il centro della nostra stabilità, o l’unico mezzo per arrivare a quel che ha capito benissimo essere il nostro desiderio?
Il fatto che la nostra reazione possa ribaltare tutta la nostra vita influisce sull’alternativa tra il parlare o ribellarci contro chi ci stia facendo del male.
Non ci vuole uno scienziato per capire che la maggior parte delle persone, in una condizione tanto delicata, finiscono per cedere alla paura e non tirarsi fuori dal tunnel.

Gli abusi si arrampicano su una precisa impalcatura e durano a lungo, inspiegabilmente, perché nascono nel silenzio e crescono senza che le parti coinvolte riescano ad identificare se stesse nei ruoli di abusante e abusat*.

Banalmente, nessun abusante ammette di esserlo, ma la cosa più particolare è che nemmeno le vittime comprendono la posizione di sottomissione.

Se James e Wade si fossero confrontati con i coetanei circa la loro relazione con l’artista, forse la voce sarebbe circolata più in fretta e le indagini sarebbero partite prima, ma i ragazzini non hanno mai avuto dubbi sulla matrice amorosa del loro rapporto con Michael.

Sostengo, quindi, che ribaltare le affermazioni del passato e parlare ora che Michael Jackson è morto siano le scelte più ovvie che potessimo aspettarci dato il quadro generale della situazione.

Gli abusi sono una bomba ad orologeria: tenuti nascosti a lungo, hanno una detonazione dirompente in qualsiasi momento essa si verifichi.

I due accusatori sperano in un risarcimento?
Anche fosse così, se quei due ragazzi fossero miei figli o miei famigliari, al pensiero che abbiano subito violenza non penserei che avrebbero dovuto parlare prima, mi sentirei un genitore negligente fino alla fine dei miei giorni e spererei in un risarcimento per loro, eccome.

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