Lavorare per Lagardère: la mia esperienza

Avevo detto, in sede di resoconti e propositi, che all’azienda con cui ho lavorato negli ultimi anni sarebbe subentrata una nuova compagnia e così è successo.
Sono diventata dipendente Lagardère da gennaio, quando è stata aperta la struttura provvisoria e, finalmente, tra meno di due settimane sarà pronto il locale definitivo.

Lagardère è un gruppo presente nel commercio dal 1852 e si divide in Publishing, Sports and Enternaiment, Active e Travel Retail che, a sua volta, si sviluppa nelle tre linee di business Duty Free & Luxury, Travel Essentials e Foodservices.

Tra i punti vendita del Foodservice c’è Natoo, un format di proprietà Lagardère (Ajisen Ramen, Farinella e alcuni altri sono, invece, gestiti in franchising), il bar appena aperto in aeroporto a Cagliari, presente anche a Padova, Venezia e Roma.

Proprio a Roma, i punti vendita Natoo si possono trovare alla stazione Termini e all’aeroporto di Fiumicino, dove sono stata trasferita per tre giorni allo scopo di avere la formazione necessaria per lavorare nel punto vendita definitivo di Cagliari.
Fui entusiasta dal momento in cui si ventilò questa possibilità, a gennaio, e sono partita lunedì mattina alla volta di Fiumicino con due colleghe.

Sono ancora in preda all’adrenalina e al riordino dei ricordi, dei momenti, delle emozioni.
È un grande orgoglio lavorare per un gruppo come questo, hanno la capacità di rendere onorate le persone di lavorare per loro e, con questa carta, sanno ottenere tanta gratitudine che si traduce in disciplina e precisione.

È un concetto nuovo, per me, essere ospite di chi mi paga.
Siamo così abituati a stage non retribuiti, periodi di prova con promessa d’assunzione per cui dovremmo ringraziare della formazione che ci viene data senza rimborsi spese, che avere a che fare con questi tre giorni mi ha fatto osservare il mondo da un punto di vista diverso.

Esiste, qualcosa di bello c’è al mondo.
Il lavoro non è, necessariamente, l’inferno.

Siamo arrivate in aeroporto e avremmo iniziato il turno quasi subito, ci siamo vestite e siamo entrate nel flipper.
I primi minuti sono passati con qualche spiegazione su ciò che era materia della nostra formazione: a Cagliari non abbiamo ancora estrattori e blender, non possiamo preparare panini e insalate, quindi ci hanno spiegato “qui il ricettario, qui gli ingredienti”, ma nel giro di una mezzoretta la teoria era già finita.
Non me lo sono fatta neanche dire, mi sono buttata in pista e, se c’era qualcosa da fare, allungavo una mano e aiutavo.

È di questo che parlavo: sono andata per imparare una parte del lavoro che ancora non potevo svolgere, ma l’idea di essere ospite mi ha spinto ad andare oltre, ad integrarmi anche laddove fossi già preparata e non fosse necessario fare pratica.

Quando il direttore del nostro punto vendita mi ha rimproverato per essere troppo legata al vecchio gruppo di lavoro, non riuscivo a capire a fondo cosa intendesse ma, vedendo come è concepita la filosofia One Company da quelle parti, ho più chiarezza a riguardo.
Ed è stato facile lavorare lì con la stessa determinazione che avrei usato nella mia sede.
Siamo state prestate loro perché ci prestassero, a loro volta, preziose informazioni da portare a casa.

Ci hanno offerto un posto per la notte, il servizio navetta che ci portava dall’alloggio al punto vendita, un passaggio dalle colleghe quando gli orari erano troppo inusuali.
La compattezza non l’ho sentita solo nell’ospitalità dell’azienda, infatti, ma anche nella solidarietà degli altri dipendenti, che hanno del tutto assorbito la stessa filosofia.

È stato difficile, a velocità supersonica, ma un grande onore.

Io l’ho vissuto come un regalo, perché definirlo un viaggio di lavoro sarebbe come svilirlo.

È stata un’esperienza umana, una passeggiata in centro con le colleghe, uno stimolo ad unirci, chiacchierare, ridere, discutere, confontarci, metterci d’accordo su che fare, come muoverci, convincerci l’un l’altra se le idee non erano unanimi, gioire delle novità che stavamo vivendo, confidarci a fine giornata, in pigiama, su letto e divano, davanti a merendine e succhi di frutta, con le valigie mezzo sfatte, divise lavate e stese alla bell’e meglio, chiacchierate al telefono con le altre che avrebbero ripetuto la nostra avventura i giorni successivi.

Non vedo l’ora di rientrare al lavoro, e non lo affermavo da tanto tempo.

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