Incidente a Venezia: stop ai turisti?

Lavoro nel settore turistico da diversi anni, vivo in una regione che, tendenzialmente, guadagna dall’avvento di persone che vogliono visitare i suoi luoghi e soggiornarvi, tuttavia ho sempre valutato controverso l’argomento “rendiamo grazie ai turisti e tacciamo qualsiasi cosa facciano”.

Ho saputo, pochissime ore fa, dell’incidente avvenuto a Venezia: una nave da crociera, in fase di attracco, è andata a sbattere sulla banchina del molo Giudecca mentre, da un battello parcheggiato, stavano sbarcando dei passeggeri.
La questione “Crociere nel canale di Venezia” è sulla bocca di tutti da diverso tempo data l’imponenza delle imbarcazioni rispetto alle dimensioni del canale e la profondità dei fondali e, come sempre, l’opinione pubblica si divide tra favorevoli e contrari.

“Venezia vive di turismo” contro “Venezia non deve inchinarsi a dinamiche distruttive perché, oltre al turismo, di questo passo, l’intera città pagherà gravi conseguenze”.

Purtroppo il mondo si divide in due parti: c’è chi la viva se la gode e chi passa il tempo – e lavora – per renderla godibile agli altri.
Non è un approccio pessimistico, è un dato di fatto.
Dipende dalle condizioni economiche della famiglia di origine, dalle scelte fatte nelle prime fasi della vita adulta, dipende da fortuna, passato, presente e fato.
Se siamo d’accordo su questo, si può andare avanti.

Chi non è d’accordo, semplicemente fa parte del gruppo di quelli che si godono la vita e non accettano di essere definiti “nati con la camicia”.

Chi passa il tempo lavorando perché estranei possano godersi la vita, non ha la sua parte di mondo e di tempo; ne ho già parlato in un post di qualche mese fa: ci godiamo il tempo che intercorre tra i vari turni di lavoro in cui dobbiamo essere sempre preoccupati che gli altri stiano bene e portino a casa un bel ricordo della loro permanenza dalle nostre parti.

Servilismo e servitù legalizzati, ricambiati con due bustine di crocchette che rendiamo importanti acquistando pantaloni di taglie più grandi di noi così che abbia un senso ingozzarci con cibo da quattro soldi.

Il punto è: i turisti “servono”?
Sì, soprattutto in luoghi pregni di pregi e attrazioni.
I turisti devono poter fare tutto ciò che vogliono?
Tutto ciò che sia legale e accettabile dal senso comune.

Sul legale ci siamo un po’ tutti, su cosa sia accettabile dal senso comune si entra in disaccordo.

Perché, per evitare che una persona si senta scossa e non benvenuta, devo pormi domande sul dirle che sbaglia a buttare una bottiglia di plastica con ancora del liquido dentro, in un bidone per l’immondizia non destinato a quel materiale? (per altro, non esistono bidoni per i liquidi, basterebbe svuotare in natura o in un bagno quel che non si vuole più bere, e buttare la plastica nel bidone della plastica).
Perché non posso pensare che va benissimo avere il pubblico eterogeneo delle navi da crociera, ma bisognerebbe trovare un metodo per non snaturare luoghi che non possono accogliere la loro portata?

Tempo fa, in una conversazione su facebook, si intavolò una discussione sulla chiusura dei negozi sul lungomare di Cagliari, durante un weekend in cui era previsto l’attracco di una nave da crociera.
Sostenevo che era probabile i proprietari degli esercizi avessero fatto due conti e, per sostenere un’apertura domenicale senza la certezza di incasso accettabile, si fosse paradossalmente deciso di non tirare su le saracinesche.
Una scelta strana, ma che doveva far porre domande, non far battere i pugni sul tavolo a chi si imbottisce la bocca di “la città fa brutta figura se il biglietto da visita è quello”.

Per attività con giri di soldi stellari, probabilmente preoccuparsi della bella figura è una priorità.
Per chi apre il negozio ogni giorno e i costi di elettricità e personale li deve coprire con gli incassi dell’esercizio stesso, la scala di valori cambia.

Quando un lavoratore presta la sua attività nei giorni festivi e domenicali, ha diritto ad un pagamento extra, per dirne una.
Siamo certi che far trovare bar e tavole calde aperti, a qualsiasi ora, possa generare ricavi, ma è lo stesso, se parliamo di negozi di abbigliamento o pelletteria?

La discussione di cui sopra si intavolò con liberi professionisti che, come uno scudo, brandivano l’affermazione “se l’attività fosse tua, ragioneresti diversamente: apriresti sempre, ogni occasione costituirebbe guadagno, la quantità di persone non può essere un problema”.
E, invece, dolorosamente, lo è.

Nel privato, mi sono occupata di alcuni lavori sotto commissione e, proprio come detto dai suddetti signori, ho detto pochissimi no.
Sì che mi sono costati cari: ho quasi smesso del tutto di occuparmi di quel genere di lavori e, nel bel mezzo delle realizzazioni, ho capito di avere avuto l’occhio più grande della pancia.

Anzi, la pancia più grande dello spazio che potevano abbracciare le mie mani.

Quando ho coraggiosamente promesso un prodotto che, lo sapevo solo io, non avevo ancora mai provato a realizzare, la cosa meno grave – ed è, in realtà, grave anche solo questo – è stata di ritardare la consegna.
A ruota: sono stata imprecisa; ho sprecato moltissimo materiale tra tentativi, errori e prove; ho dovuto negare ulteriori commissioni mentre ne avevo parecchi in coda.

E, allora, c’è un limite? ci deve essere? quando è conveniente acquisire collaboratori e quando è meglio accettare meno commissioni perché si è da soli e non esiste una spesa che conta chi lavora con noi? Quando si deve dire no? Si può dire no?

Sì, certo che si può dire no.

Si dovrebbe dire “no” a chi , fin dall’approccio, dimostra di non rispettare la nostra figura e il patrimonio che abbiamo dentro di noi.
Si è rivolto lui a noi o noi a lui?
Non cambia, il rispetto tra persone e figure sociali, commerciali, private o pubbliche non rende meno valevole una regola di civiltà che faremmo bene a non dimenticare.

“I turisti sono venuti da fuori, questa è casa nostra, quindi devono fare come vogliamo noi” è la percezione dei più, del discorso appena fatto.

I turisti, come i clienti di qualsiasi attività che presta servizi e commissioni a terzi, dovrebbero comportarsi come farebbero a casa loro, come farebbero con i loro cari, i loro conoscenti o amici: portare rispetto, diligenza, correttezza, tranquillità.

Dal bancone, vedo ancora persone che superano le file al grido di “ah, non li avevo visti (12 persone ferme in coda davanti ad una cassa, certamente stanno aspettando il treno), hanno scatole in mano o bicchieri take away di cui vogliono disfarsi e li poggiano per terra accanto ad una struttura ricettiva (tanto qualcuno che troverà la voglia di fare quel che non ho fatto io, ci sarà), masticano una gomma e, bella insalivata, per bere il caffè la poggiano sul piattino (da dove devo toglierla io a mani nude).
Vedo cose che mi hanno fatto entrare in una crisi di fiducia per il genere umano e che mi hanno convinta – e mai cambierò idea – che gli esseri umani debbano mettersi una mano sulla coscienza.

Siamo irrispettosi verso chi guadagna del nostro avvento nella “sua” terra ma siamo anche peggiori quando ci lasciamo trattare – e la reputiamo la migliore tecnica per essere indimenticabili, ospitali e guadagnare di più – da luogo discarica, persone inutili, servi silenziosi e padroni di casa con i polsi deboli.

Le più famose frasi motivazionali ci dicono che il prossimo avrà una forte considerazione di noi quando siamo i primi a darci un valore.

Forse nella prossima vita.

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