Ieri ho scritto una poesia

Sto partecipando ad un laboratorio dedicato al Piccolo Principe.

Chi ci parla è un pilota, uomo di grande sensibilità che ha l’intento di risvegliare il bambino che è in noi, che potremmo aver smarrito.

Un po’ altalenante su questo punto, ho deciso di partecipare: il mio punto fermo è quello di non perdermi, ma ho la sensazione di vivere sull’orlo costantemente.

All’orlo di quel burrone oltre al quale esistono urla e rabbia, cieco risentimento e furia incontrollabile.

I bambini non sono così, non hanno ancora patito niente, non hanno un motivo che li porti a non controllarsi.

Mi manca spesso quella bambina.

Ero rabbiosa anche all’epoca, ad essere onesta, semplicemente nessuno era caduto nella trappola del provocarmi.

E allora mi chiedo: “sono un carnefice in costante ricerca di una vittima da mettere sotto torchio?”, “ne uscirò mai?”, “devo cercare una soluzione? aiuto?”.

Il bello del laboratorio è che, tra un analisi del testo e un reading, siamo esortati a inforcare una canna da pesca e cercar di stanare quel bimbetto senza macchina e pregiudizi che si nasconde sotto la sabbia.

Non è stato facile per tutti, il che mi ha sorpreso: scrivere, per me, è sempre stata una fuga piacevole e volontaria, ci ho messo relativamente poco, non mi è sembrata una stranezza.

Ma, quante di quelle ragazze, guardavano il foglio bianco e non sapevano che farci?

Non so se saper sfogarmi su carta sia un bene, un privilegio o un talento… di certo, mi è parsa una fortuna.

Piccola me,

Ricordi quel sole?

il mare, i colori…

C’era il futuro

I sogni immensi, la felicità

Perché hai guardato giù?

È bastato un attimo, per non volerlo più