I guasti invisibili dei quadrati

Per me è sempre stato normale non individuare, nelle imperfezioni, dei guasti.
Mi chiamano permissiva, sottomessa.
Sono cresciuta in un clima di adattamento costante: “se qualcosa non funziona perfettamente, non puoi rispedirlo al mittente; ottieni quel che puoi, da ciò che hai”.

Nell’attuale sistema, che ha come colonna portante le apparenze, ho scoperto di non riuscire a vivere tanto bene.
Nonostante le più incisive frasi motivazionali recitino “se nulla va come dovrebbe, girati pure dall’altra parte”, confrontarsi con la società e avere un guasto meccanico – da, tipo, sempre – non è certo una passeggiata di piacere.

Definirlo un guasto meccanico meriterebbe un preambolo: “Come stabilisci di essere imperfetto, se sostieni che anche il contesto non lo sia e, quindi, non può costituire una rispettabile normalità con cui confrontarti?“.
Sono abbastanza modesta e oggettiva da capire che i miei guasti non emergano solo in determinate occasioni.

Vivo un disagio costante: è come essere quadrati e dover dormire in un letto curvilineo, con coperte curvilenee, poggiato su un pavimento curvilineo, in una stanza con pareti curvilinee.
Puoi anche andare orgoglioso della tua forma spigolosa, così decisa, rara, unica e osservata con curiosità da chiunque sia diverso ma, quando devi svolgere un’attività concepita per quelli che sono “statisticamente” normali, non è più tanto divertente.

Ci sono disagi, malattie e disabilità invisibili.
Esistono.
Come esiste il morbillo e le sue invadenti pustole.
Come le fratture scomposte, gli arti mancanti, i ritardi mentali.

Ma le malattie silenziose, quei guasti meccanici che non intaccano l’esteriorità, sono più forti di tutto.
Perché giocano una partita in cui, a perdere, sei tu che le vivi.
Non le porti in tasca – non creano rigonfiamenti – sono proprio sottopelle e quel che la gente percepisce è che “non hai voglia”, “non ti applichi”, “sei strafottente”.
Sono più forti perché, in un mondo dove l’esteriorità conta più di qualsiasi altra cosa, se sembri normale e poi hai un fardello dentro, sei un impostore.
Sei stigmatizzato peggio di chi è sembrato mediocre sin dall’inizio.

I quadrati non vengono individuati mai come mediocri, all’inizio.
La loro forma è così affascinante che si perde del tempo dietro i loro angoli, accanto ai loro spigoli, a curiosare tra le numerose facce piatte e lucide, perpendicolari.
Spiccano tra tanti cerchi molli, stanchi, provati, vissuti.
Anche i quadrati sono molli.
Stanchi, provati e vissuti.

Ma, come succede con i fenomeni da baraccone, i quadrati vengono sollazzati per un po’ e usati come polo attrattivo, quando poi sorgono le loro unicità, vengono emarginati perché non più funzionanti per il ruolo cui si era assegnato loro in partenza.
Il mondo percepisce le persone guaste, come me, come fossimo imbroglioni.

Non posso auto diagnosticarmi nulla, ma nel profondo so di poter vivere in pace solo con me stessa.

Perché più informazioni ricevute insieme le percepisco come tre persone che urlano ad un passo dal mio orecchio.
Perché non percepisco il tempo libero come libero davvero se non l’ho potuto organizzare e pianificare qualche giorno in anticipo.
Perché non credo di poter iniziare un’attività se, prima, non ho concluso quella precedente.
Perché, se inizio qualcosa mentre ne sto facendo un altra, la prima è depennata dal mio cervello, dimenticata, lasciata a metà per sempre.

Non esiste un luogo sociale nel quale tutto questo sia accettato, i miei spigoli non possono essere compresi da chi vive il mondo con le sue linee curve.

C’è un clan per me, ma anche la persona più capace di accettare la solitudine non è forte se non esiste un luogo più grande che sia disposto ad accogliere la sua forma.

Articolo letto 53 volte