È giusto farsi pagare dai propri followers?

Qualche giorno fa, fermi al semaforo in macchina con mio marito, vediamo un ragazzo praticare juggling.

Io tendo a stare nei miei schemi; Matteo si fa acchiappare, osserva, nota, gli vengono idee.

Nasce una chiacchierata riguardo l’utilità della presenza del giocoliere al semaforo: “mette il buonumore, per me dargli qualche spicciolo è dovere” sostiene lui.

Ho colto l’essenza del suo punto, ma sono una tipa orgogliosa; prima di rimuovere i paraocchi, affermo che i miei soldi abbiano un valore inestimabile, li riservo ad altro e, soprattutto, generalmente non acquisto nulla di non richiesto.

Tutte scuse.


Mi ha forzata a guardare oltre la mia visuale e aveva ragione, io però preferisco sempre rimandare la mia asserzione, così posso sottolinearne l’autorialità quando mostro al mondo che quella idea fa parte di me.

Maledetta primadonna.

La questione è che, richiesta o meno, l’arte è importante.

Io stessa creo, plasmo, realizzo con le mie mani.

Perché non riconoscerlo quando sono gli altri a fornirmi il frutto della loro creatività?

Forse perché il mondo non mi concede di poter sopravvivere grazie ad essa?

La verità è che non ci ho mai creduto davvero: mai lottato contro ostacoli a costo di privarmi di vizi, uscite, benzina, ricariche al cellulare.

L’arte impreziosisce lo spirito, arricchisce l’anima. Se anche io non abbia mai insistito, perché non considerarla una prestazione lavorativa, quando svolta con continuità, serietà e professionalità?

Quanto valore ha, l’arte?

In un mondo perfetto, quale minimo compenso le si dovrebbe riconoscere?

Recentemente è nata una polemica riguardante youtube perché, se fino a poco tempo i diversi creatori di contenuti diventati famosi (spesso anche benestanti) grazie al loro canale hanno raggiunto un determinato standard di guadagni, al momento una modifica nell’algoritmo della piattaforma ha compromesso quella certezza e l’ondata di panico ha portato alcuni di loro a ricorrere a mezzi alternativi come Patreon.

Patreon ricorda Kickstarter, ma permette a chi apre il suo account di ricevere periodicamente (e non solo una tantum) dei soldi da chiunque voglia donargli sostentamento, perché lo apprezza, ne ammira le capacità e vuole esserne il mecenate.

Victorlaslo88 è uno youtuber piuttosto conosciuto e ha affermato, sul suo gruppo facebook, che non chiederà mai ai suoi fan di pagarlo, “piuttosto andrebbe a spalare merda”.

Io credo che abbia una convinzione sbagliata (e un giorno gli esporrò la mia idea, o gli mostrerò questo post), perché lui offre contenuti interessantissimi che seguo più o meno regolarmente, che ritengo di qualità e ai quali credo si possano riconoscere oggettivi meriti.

Come molti altri youtuber, offre video, contenuti, informazioni, spunti di riflessione, punti di vista competenti e – esattamente come un recensore di ristoranti che scrive le sue 30 righe per il trafiletto ‘turismo’ nel magazine per cui lavora – non troverei bizzarro che possa ricevere compensi per il suo lavoro.

Non perché crea contenuti su uno spazio dove si possono infilare sponsor che intravedono un guadagno nell’esporsi tra le pieghette delle sue parole, parlo proprio di un compenso diretto come riconoscimento/pagamento per il servizio che dà.

Youtube funziona, invece, come ho scritto poc’anzi: il creator inventa, si espone, fa tutto il lavoro e lo offre al pubblico.

Il pubblico sta lì a guardare, per gli sponsor quelle persone costituiscono un pacchetto, un target specifico.

L’analisi di quel pacchetto consente la sottoposizione di spot fatti su misura che, se si è ben investito, restituiscono un guadagno del quale gli Youtuber ottengono una percentuale.

Nessuno quindi paga un soldo per vedere i contenuti ma il fatto che ci sia un utilizzo indiretto degli spettatori per ottenere un guadagno è cosa più nobile del chiedere direttamente un compenso in denaro agli stessi?

Perché è un’onta sottoporre un abbonamento a pagamento?

Un magazine online offre, ai lettori che pagano l’abbonamento, servizi esclusivi, reportage approfonditi e costruiti in forma speciale – avvalendosi della collaborazione di più professionisti, oltre ai giornalisti del suo staff.

Nessun oggetto in regalo, nessuna tazza personalizzata col nome spedita per posta.

Mi sentirei forse meglio se pagassi un abbonamento e ne ricevessi una?

E se, invece, mi stessi semplicemente garantendo l’accesso perpetuo a quei contenuti che ho conosciuto e apprezzato grazie al fatto che, nel mio piccolo, li sto finanziando? Dove sarebbe l’ingiustizia?

Perché “piuttosto spalare merda”, ma mai chiedere soldi a chi usufruisce del frutto del nostro lavoro?

Non stiamo svilendo noi stessi il nostro operato, affermando che, visto che non è un bene fisico, non esiste e non è pagabile?

Convincere un utente a frequentare il proprio canale – con invito esplicito (cliccate il pollice, iscrivetevi al canale, condividete il video, ditelo agli amici, ci vediamo qui la settimana prossima) o meno (creando contenuti con cadenza periodica, lavorando ad una proposta editoriale apprezzabile, tenendo un filo del discorso, studiando la materia di cui si parla) – non cela comunque la speranza di poter raggiungere risultati economici soddisfacenti, alla fine della fiera?

Perché il fatto che ci sia un passaggio in più e che si guadagni solo una percentuale dei soldi che son girati grazie a noi dovrebbe essere meglio?

Perché assomigliamo di più a degli eroi? Perché sembriamo meno ingordi? Perché ci hanno raccontato che lavorare per la gloria fa andare in paradiso? O che, magari, ci fa ricevere un pacco di medaglie come premio?

Semplicemente, guadagnare senza Patreon è più paraculo.

Non “vendere” il proprio pubblico a nessuno e chiedere un onesto pagamento a cadenze regolari non manderebbe nessuno in rovina e onorerebbe l’operato di chi ogni giorno lavora sul suo canale youtube.

Perché è un lavoro: pensare ai contenuti, studiarli, sottoporli a cadenze regolari e pensare al piano di pubblicazione, scegliere come esporli, scrivere le scalette, rispettare scadenze auto-imposte e che sono diventate un appuntamento con i propri followers, registrare, modificare, pubblicare.

In un mondo in cui non vorremmo doverci rassegnare a fare lavori che non amiamo, perché non è riconoscibile il valore di qualsiasi impiego, anche artistico?

I giornali, in edicola, si pagano.

Con l’avvento del web si è affermata la convinzione che i contenuti non abbiano alcun valore: abbiamo sempre creduto di aver pagato solo la carte stampata e i supporti materiali.

Mai sfiorata l’idea che, col prezzo di copertina e il costo dell’abbonamento, abbiamo per anni e anni pagato anche gli stipendi di tipografi, direttori di redazione e persino le trasferte di tutti gli incaricati a recensire ristoranti, alberghi e luoghi turistici di cui ci è spesso interessato il “parere dell’esperto”?

Io lo pagherei, un abbonamento, e non mi interesserebbe la tazza con il mio nome da avere in cambio.

Perché la situazione non diventi ingestibile, si dovrebbero stabilire degli standard, dei prezzi che non potrebbero essere scelti arbitrariamente tanto da costringere il mondo ad essere ricco in cambio della buona informazione.

La paura che possa diventare un far-west di Patreon a prezzi inarrivabili non è un’argomentazione valida per affermare che usarlo sia universalmente una cattiva scelta.

Ogni mezzo può essere utilizzato a proposito e a sproposito (solita vecchia storia).

La polemica nasce con un video dei The Show (mai seguiti, ma ne ho sentito parlare anche prima di questo caso nazionale, il loro canale si basa su video-prank) che affermano di non riuscire più a sostenersi con i soli guadagni della partnership con youtube e hanno aperto un account su Patreon.

È scoppiato uno scandalo: i TheShow non percepiscono denaro dalle sole partnership – non è un segreto – hanno, nel tempo, contratto collaborazioni dirette con sponsor e una rete televisiva, sono noti e il loro sostentamento ormai va ben oltre i soli compensi ottenuti sulla piattaforma che è funta, per loro, da trampolino di lancio.

Su youtube si sta inequivocabilmente vivendo un periodo di vacche magre, ma far credere che questo significhi aver perso la garanzia del tozzo di pane giornaliero, per alcuni personaggi, è un pochino deprecabile, oltre che poco credibile.

L’abuso di uno strumento può marchiarlo negativamente o dovremmo sforzarci di isolare i due soggetti e ragionare super-partes per evitare che si arrivi a credere che a causa della Blue Whale, sarebbe giusto bandire internet e i social network tutti?

La me più refrattaria direbbe immediatamente che sarebbe giusto. In un secondo momento, quando nessuno potrebbe credere che il ragionamento inattaccabile appena esposto possa aver scalfito i miei paraocchi, ammetterebbe, invece tutto il contrario.

Abbiamo paura delle novità, della libertà che si potrebbe avere in campi, situazioni e universi nei quali le regole devono essere ancora scritte.

Il fatto è che il mondo come è adesso, a me, non piace: mi piacerebbe che all’arte venisse riconosciuto un valore, vorrei che la cultura non fosse considerata inutile, sostituibile e rinunciabile, mi piacerebbe soprattutto, che i primi a tracciarne il valore fossero gli stessi che la conservano, accumulano, coccolano e tramandano, in regalo agli altri.

Ancor prima della cultura, la ricchezza risiede in chi ha l’attenzione e l’intelligenza di curarla e darle un aspetto regale e senza tempo.

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