Chiederesti agli ebrei, nei lager, di sorridere?

Giuro solennemente che, pian piano, mi auto eliminerò da tutti i gruppi facebook dove la gente cerca consigli di vario tipo e finisce per esternare la netta convinzione di essere superiore agli altri.

Non dovrei sorprendermi: prima di conoscere l’andamento della società, bisognerebbe esplorarne ogni angolo e assaporarne pro e contro; il che è impossibile.

Siamo d’accordo che certe brutture del passato sarebbero da cancellare, non dovrebbero mai ripetersi ma, quando quando a giovare dell’inferiorità di qualcuno siamo noi, rimandare l’osservazione attenta dei fatti diventa un vizietto che ci concediamo fino a che non siamo costretti a farlo.

Ieri sera, dopo dieci ore di servizio, io e la collega in turno ci apprestavamo a pulire il bar e sistemarlo per i colleghi dell’apertura e nei tavolini all’esterno bivaccava una famiglia allargatissima in preda al fuoco di un’avvincente partita a carte.
La collega pulisce tutto meno che lì ed io, convinta di aver finito, scopro il contrario perché – nonostante fosse evidente che avessimo chiuso e stessimo facendo le pulizie – c’erano ancora persone sedute.
Quando sono andata a chiedere di lasciare i tavolini liberi per permetterci di concludere le pulizie, il gruppo della partita a carte mi ha ascoltato e ha continuato voltando la faccia, pescando e buttando carte sul banco.
Una donna stizzita, solo un uomo tra loro commenta “hai ragione, ora andiamo”.

Sono scortese, antipatica, non accolgo i turisti con cortesia e non li ritengo gli esseri superiori che devo ringraziare sempre per il pane che ogni giorno c’è sulla mia tavola?

Sono stanca di questo servilismo obbligatorio che rende camerieri, baristi, albergatori e compagnia gli schiavi del nuovo millennio.

Il fatto che si percepisca uno stipendio non implica che si smetta di aver qualsiasi normale e civile diritto, che si occupi un gradino raso terra della catena alimentare, per cui ogni manifestazione di maleducazione debba essere accolta con il sorriso d’ordinanza.

Mostriamo pietà solo se vediamo qualcuno mendicare due monetine ai bordi della strada, sulle spiagge o se arriva con i barconi dall’altra parte del mare ma, quando siamo certi che una persona non stia morendo di fame, la scegliamo per farle spazzare tutta la merda che caghiamo in giro e la costringiamo ad essere la nostra baby sitter perché abbiamo due soldi da spendere nella sua terra.

Sono profondamente offesa da questo sistema, e anche strabiliata dalla mancanza di empatia delle persone.

Aspettiamo di veder morire di fame il prossimo per capire che siamo parassiti egoisti, che il nostro spazio sta invadendo quello altrui.

Tranquillizzati dall’idea “i camerieri sono pagati per lavorare”, non importa se si rimane impedendo loro di chiudere e andare a raggiungere i propri cari, se proprio quel giorno avevano organizzato una serata sperando di lavorare otto ore, non quasi undici.

Mi viene in mente che credano di avere, solo loro, un marito da volersi godere per le vacanze o dei figli cui sperano di regalare dei giorni da favola al mare, immersi nel dolce far niente.

Sereni, anche stavolta, del fatto che “ogni lavoratore ha le sue ferie, quando arriverà il suo turno potrà fare come me” tralasciano il fatto che ormai il sistema non funzioni più in tal modo.
Se ci sono clienti, il locale corre, i camerieri saltano il giorno libero e delle ferie nemmeno l’ombra.

Ferie: “Domani stai a casa, per un paio di giorni e, se continua ad esserci poco lavoro, non ti chiamiamo”.

Tutta la vita di una persona che lavora in un bar o un ristorante funziona così e il momento delle ferie – concepite per essere davvero un momento di vacanza, di relax certo e intoccabile – non esiste.
Fanno finta di non saperlo?

Per me, ogni sera che non finisco fuori orario e ho un’ora fuori dalla mia prigione, è vacanza.

La mia vacanza inizia quando finisce quella degli altri: è intermittente, non ha corpo e, su di essa, non ho alcuna autonomia.

Chiedetemi di sorridere.