C’è chi crede di essere da solo

Ero convinta, e lo era anche lui, di essere uno dei pochi sfortunati attanagliati da questo male epocale che, non si sa come, ai tempi dei nostri padri non esisteva.

Ci hanno dato l’Adsl, il contatto umano estremo, la globalizzazione, gli smatphone e, sullo stesso binario, passiamo notti insonni temendo il buio come non avessimo mai abbandonato la nostra dimensione di 4enni, vedendo in quel nulla possibili scenari per toglierci la vita.

Siamo più di uno, siamo figli di una generazione che non aveva interesse nel dare un nome scientifico al male di vivere, alla nausea e la peste.
Convinti fossero piaghe lontane da loro, impegnati a costruire imperi economici o farsi annichilire nelle fabbriche, non hanno pensato di abbandonarci al nostro futuro appena maggiorenni: ci hanno comprato la casa quando ancora ci succhiavamo il pollice, garantito i soldi per la licenza di guida, pagato l’università e insegnato a non vivere.

La raccolta differenziata la facciamo adesso che il mondo sta prendendo fuoco, l’acqua la risparmiamo ora che la siccità sta negando la vita a colture e allevamenti, facciamo gli attivisti con una generazione di pausa, coscienti che, se il nostro impegno possa essere d’aiuto, di certo i risultati non saranno per noi.

Ringrazio le donne che hanno bruciato i reggiseni, preteso l’emancipazione e mi hanno regalato un mondo a misura anche mia, constatando di dover fare necessariamente qualcosa per quel figlio che, altrimenti, avrei seriamente timore anche solo di immaginare di concepire.

Sono arrabbiata? Un pochino, ma non per me.

Sono arrabbiata per tutti gli individui di genere maschile cresciuti sotto il regime maschilista, convinti di non poter piangere, chiedere aiuto o potersi sentire abbandonati, tristi e soli.

Le femminucce sono cresciute nel rosa, con le bambolette, la cucina giocattolo, usando i tacchi di mamme e zie e poi hanno puntato i piedi per venir fuori dai cliché che le avrebbero costrette a non studiare e farsi bastare sermoni maschilisti per il resto della vita.
I maschietti sono venuti su in un clima rassicurante nel quale costruirsi una corazza era opzionale – tanto siamo i più potenti della terra! – distinguersi, sbracciare e migliorarsi poteva essere una scelta, non l’obbligo per la garanzia di un futuro accettabile.

Hanno eliminato l’obbligo del servizio di leva ma continuato a costringere le donne a rosicchiare la loro fetta di mondo, dando genesi ad un dislivello che attualmente credo possa essere ritenuto un fatto concreto e degno di attenzione.

Il servizio di leva femminile sono state le catfight al liceo, lo slut shaming che nostro padre ci ha infilato a forza di “non ti faccio mica uscire di casa vestita così!”, il victim blaming tutte le volte che un coglione ci ha anche solo fatto cat-calling la sera che abbiamo osato fare un pezzo di strada al buio tra casa nostra e la fermata del bus.

Uomini convinti di non dover piangere, impegnati all’idea di non poter ‘perdere un giro’, di essere superiori e senza sentimenti, senza paura e forti si piazzano in un contesto attuale popolato di cazzutissime fiere con la vagina e tutti gli altri individui di orientamento e identità che, nel frattempo, hanno costruito le fondamenta di un mondo senza disparità perdendo rovinosamente la partita a tavolino, senza potervi neanche partecipare a volte.

Ricordo che la notte buia mi spaventava quando avevo 19 anni, il diploma preso da poco, un lavoretto stupido per le mani, la carriera inesistente e una macchina che potevo usare solo se fossi stata costretta da forza maggiore.

Ricordo che i tentativi di ingannare le mie paure nascoste sotto il letto e dentro l’armadio li ho inventati diverso tempo fa, e oggi so per certo essere stato il mio istinto di sopravvivenza davanti alla paura dell’ignoto, del silenzio assordante all’idea di un futuro identico a quel presente che mi faceva schifo.

Il mio presente continua a fare schifo, ma per fortuna ho memoria del fatto che tutto cambia se solo iniziamo ad usare la nostra immaginazione come una calamita.