Burnout e Panta rei

Alle superiori avevo amato il concetto Panta Rei: tutto scorre.
L’ho fatto diventare mio col tempo, adattandolo al più ampio: nulla dura per sempre, né le cose belle e, per fortuna, neanche le cose brutte.

Ho trascorso gli ultimi anni a lavorare con ogni fibra del mio corpo, sfruttando ogni energia che avessi addosso.
Ho raggiunto gli obbiettivi che mi ero prefissata, ho preso coscienza dei miei desideri, della strada che vorrei: mi sono trasformata.

Quello che non ho cambiato è il lavoro che, un tempo, credevo di non poter mettere minimamente in discussione.
L’esaurimento mentale da eccessivo carico di responsabilità è una vecchia e “cara” conoscenza, ci avevo quasi preso casa insieme, oggi è la terza incomoda tra me e la mia serenità.

Ho casualmente incontrato il concetto di burnout leggendo esperienze altrui su siti, blog specializzati, ascoltando confidenze di persone care, e ho visto tutti prendere sagge e profonde decisioni riguardo la loro vita.
Io non sono mai stata capace di prendere quel toro per le corna e domarlo.

Sono arrivata a fare errori imperdonabili, perdonati, che hanno così un peso maggiore.
Quando non paghi il prezzo di ciò che fai, ti senti inesorabilmente in colpa e vivi una gratitudine permanente per essere stato “perdonato”.
Sempre con un complesso di inferiorità e la sensazione di partire con l’handicap.

Camminare in due significa anche prendere decisioni che considerino la presenza di qualcuno su cui contare.

Ho alzato la cornetta, parlato con le persone più care a me, quelle verso cui nutro fiducia cieca, stima, che so che davanti alle mie affermazioni, non hanno scrupoli ad aprirmi la visuale verso tutti gli aspetti importanti da considerare.

Ho ottenuto tutto l’appoggio che avrei mai potuto desiderare.
Muovere i passi decisivi, ora sta solo a me.

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